Published on 9 Febbraio, 2016 | by Scuola Media - Terza C

“Il lavoro in sala parto mi manca tanto”

“Il mio lavoro in sala parto mi manca tanto. Quando nasce un bambino in sala parto c’è gioia, la prima cosa che facevo era quella di avvicinarlo alla madre per ridurre al minimo il distacco, la felicità dei familiari è contagiosa”.

La maggior parte di noi, ragazzi della Terza C, è nata a Muravera, nel reparto di ostetricia e ginecologia del San Marcellino; siamo tra gli ultimi nati di questo ospedale che, da qualche anno, ha chiuso il nido e sta rischiando di essere ulteriormente ridimensionato.
Nessuno di noi naturalmente si ricorda di quando era ospite nel nido del San Marcellino, ma tutti dicono che era un reparto molto importante per tutto il Sarrabus e non solo, venivano a partorire donne anche dai paesi vicini del Gerrei, dell’Ogliastra e, a volte, anche da Cagliari.

Questo ci ha fatto pensare che sarebbe stato opportuno inserire nel nostro progetto anche delle interviste a chi ha lavorato o lavora ancora nell’ospedale e farci raccontare com’era questo reparto ormai chiuso, sperando che, magari, possiamo contribuire a dare il nostro apporto alla battaglia che molti stanno combattendo, per evitarne la chiusura o il depotenziamento.

Abbiamo intervistato dottor Marco Falchi, pediatra del reparto di ostetricia e ginecologia del san Marcellino dal 1992 sino al giorno della sua chiusura. Dottor Falchi, dallo scorso mese di maggio, è anche sindaco del comune di Muravera, infatti ci ha ricevuti nella sala consiliare del Comune dove abbiamo anche approfittato per rivolgergli non solo delle domande in quanto pediatra ma anche come sindaco.

Dottor Falchi si è laureato nel 1981, aveva 27 anni, appena laureato è partito per il servizio militare in Marina e, dopo due anni, ha ripreso gli studi per specializzarsi nel 1987 in neonatologia.

Da quanti anni svolge il lavoro di pediatra?
Nel 1989 ho iniziato a lavorare in ospedale nel reparto di medicina. In quel periodo era possibile lavorare in ospedale e fare il medico di libera scelta, infatti io facevo anche il pediatra di libera scelta prima a Villaputzu poi a Muravera. La mia attività di pediatra al San Marcellino è iniziata nel 1993, quando sono diventato aiuto in pediatria, solo allora ho lasciato la pediatria di base.

Cosa l’ha spinta a specializzarsi in pediatria?
Veramente io volevo specializzarmi in ginecologia, ma non sono riuscito ad entrare nella scuola di specializzazione anche a causa del servizio di leva che mi ha allontanato per due anni, facendomi perdere i contatti con il reparto universitario. Allora ho scelto pediatria. Appena laureato avevo talmente paura dei bambini che, dopo la mia scelta, mi sono letteralmente catapultato nella clinica pediatrica di Cagliari, dove ho avuto la possibilità di acquisire tanta esperienza. A Cagliari allora c’era una sola clinica pediatrica, il Macciotta, dove c’erano anche 150/160 bambini contemporaneamente, qui ho avuto la possibilità di fare esperienza quotidianamente.

Per quanti anni ha lavorato presso il San Marcellino nel reparto, ormai chiuso, di ostetricia e ginecologia?
Dal 1992 al 2009, ma quando lavoravo nel reparto di Medicina, capitava spesso che mi chiamassero per una consulenza in ostetricia. Per un anno poi sono stato consulente all’ospedale di Lanusei, quindi lavoravo contemporaneamente a Muravera e a Lanusei, dove c’era anche un reparto di neonatologia e pediatria. Attualmente lavoro al consultorio dove mi interesso prevalentemente di bambini.

Si ricorda quanti bambini ha seguito in ospedale al momento della nascita?
Sono stato l’unico pediatra e ho assistito a quasi tutti i parti avvenuti al San Marcellino. All’inizio si facevano 280/300 parti all’anno. Molti di voi, se siete nati a Muravera, siete stati assistiti da me.

Ricorda un episodio in cui ha avuto paura per la vita del neonato?
E’ successo di avere avuto paura tante volte. Il parto è un momento complesso durante il quale tutto deve essere a posto e, in sala parto, si deve tutti lavorare in stretta collaborazione.

Le manca non vedere più nascere i bambini?
Sì, mi manca molto. Non so se avete sentito parlare del bambino che poco tempo fa è nato all’ospedale, io sono stato chiamato ad assisterlo ed è stata un’emozione forte; quando tu non fai più quel tipo di lavoro ne senti davvero la mancanza. Al consultorio trasmettiamo alle madri le conoscenze necessarie, ma non assistiamo più ai parti. Il parto è un’esperienza eccezionale quando va tutto bene, se va male no, diventa problematico.

Qual è esattamente il ruolo del pediatra in sala parto?
Il ruolo del pediatra è innanzitutto quello di conoscere bene la salute della madre, deve acquisire informazioni precise sul come è andata la gravidanza, per intervenire sul bambino. Inoltre deve essere pronto a tutte le evenienze, preparare la sala parto affinché ci siano tutti gli ausili necessari al neonato. Quando tutto procede nel modo giusto, ci si limita a compiere dei semplici gesti di pulizia del bambino per poi avvicinarlo alla madre, però se nasce un bambino pre-termine o con problemi respiratori, allora il pediatra deve essere pronto ad intervenire. E’ capitato più volte di dover partire d’urgenza a Cagliari perché a Muravera non esisteva un reparto di neonatologia e io, insieme ad un’infermiera, accompagnavo il neonato in ambulanza.

Può raccontarci qualche aneddoto accaduto in sala parto o in reparto che ricorda in modo particolare…
Aneddoti? Quando nasce un bambino in sala parto c’è gioia, la prima cosa che facevo era quella di avvicinarlo alla madre per ridurre al minimo il distacco, la felicità dei familiari e contagiosa. Ricordo che, a volte, i padri ci chiedevano di poter assistere al parto e questo ci creava qualche problema perché è capitato che i padri non reggessero all’emozione, pertanto, mentre il bambino nasceva il padre sbiancava e sveniva; a quel punto l’ostetrica o l’infermiera dovevano assistere lui.  Si vedeva la mamma tranquilla che affrontava travaglio e parto che doveva preoccuparsi non solo di partorire ma anche del marito steso a terra.

Guardando i ragazzi di Muravera, le capita mai di soffermarsi a pensare che molti di loro li ha seguiti alla nascita?
Certo mi succede. Diciamo questo: di quelli che sono nati senza problemi non mi ricordo particolarmente, perché era nella normalità. Ricordo quelli che mi hanno fatto sudare sette camicie, per i quali spesso siamo dovuti correre a Cagliari in ambulanza con l’incubatrice, per portarli in puericultura.

Lei è padre di tre figlie, naturalmente quando sono nate era in sala parto, è stata sicuramente un’emozione diversa rispetto a quelle che viveva quotidianamente con bambini non figli suoi,cosa ha provato stando lì a seguire la loro nascita?
Sì, sono anche nonno, di Alberto, da un anno. Quando è nata la mia prima figlia, Melania, io ero ancora studente in medicina, pertanto non avevo mai assistito a nessuna nascita. Quando è nata Martina invece ero già pediatra all’ospedale, naturalmente ero presente e non sono sbiancato né svenuto. Ero tranquillo perché c’erano dei ginecologi bravi; in reparto se hai un ginecologo poco sicuro o titubante, un po’ di nervosismo te lo crea, a Muravera ci sono stati bravi ginecologi, ricordo dottor Massidda e dottor Silvetti che hanno avuto figli nello stesso periodo in cui è nata la mia secondogenita, ma anche dottor Pirastru e soprattutto dottor Lecca che era il primario. Comunque, quando è nata Martina ero tranquillo, mentre con Eleonora è stato diverso, lei è nata dopo una decina di anni, in questo periodo ho acquisito tutta una serie di esperienze positive e negative; anche un medico, all’inizio della carriera, come in tutti i lavori, ha grande entusiasmo, tutto va bene, poi, pian piano però, l’esperienza ti porta a verificare che ci sono anche i lati negativi nel lavoro che fai, hai vissuto situazioni critiche che ti segnano, ti lasciano delle ferite, ecco perché alla nascita di Eleonora, ero sì presente, però ho chiesto che un mio amico collega fosse presente anche lui. L’emozione è stata forte, ma sono riuscito a non svenire.

Ora che tipo di lavoro svolge alla ASL?
Fondamentalmente faccio sempre il pediatra, seguo i bambini prima e dopo la nascita.

Riesce a conciliare il suo lavoro con quello di sindaco? E’ più difficile fare il pediatra o il sindaco?
Sì ci riesco, ma lo tolgo alla mia famiglia. Il fine settimana però lo dedico a loro che stanno facendo tanto per me, mi hanno sostenuto e mi stanno ancora vicine. La mia famiglia mi sta dando un grande supporto, senza il quale non avrei potuto fare entrambe le cose. E’ difficile fare il pediatra, ma fare il sindaco è più complicato. Non è facile, anzi è impossibile accontentare tutti, non perché non lo si voglia, ma perché non si hanno i mezzi per farlo.

Le rivolgiamo alcune domande come sindaco. Cosa avete in programma, lei e la sua amministrazione, per noi ragazzi?
Questa è una bella domanda, mi piace. Noi tra poco andiamo a strutturare la “Consulta dei giovani”, a Muravera esiste già la “Consulta degli anziani “. Pensiamo che la Consulta possa aiutarci a capire quali sono le esigenze dei ragazzi. Quando parliamo di giovani, di ragazzi bisogna specificare le fasce di età a cui ci si riferisce. Se voi mi chiedete cosa abbiamo in programma per la vostra fascia di età, oppure quella poco poco più grande, allora vi rispondo che non lo so, non è facile. Però ci stiamo pensando, io prima di essere sindaco sono padre di una ragazza che ha due anni più di voi e, guardando mia figlia e i suoi amici mi rendo conto che per loro il paese non offre niente, se non una piazza dove riversarsi e delle panchine da occupare in quella piazza o lungo la via Roma. Mi rendo conto che manca qualche cosa per i nostri ragazzi. Al limite, poi, in estate, posso anche accettarlo ma durante l’inverno mi da grande tristezza. Stiamo pensando a cosa fare, a creare una struttura dove voi possiate stare assieme. A questo proposito mi piacerebbe sentire il vostro pensiero, anche perché accontentare i ragazzi della vostra età non è per niente facile. Il centro giovani mi sembra non abbia avuto molto successo.

Intervengono i ragazzi in difesa del Centro perché loro lo frequentavano e hanno risentito del fatto che sia stato più aperto…
Allora, riprende il sindaco, si dovrà contattare la cooperativa che gestisce il servizio e vedere di riaprire la struttura. Il fatto è comunque anche un altro, il problema non è tanto trovare un centro di aggregazione, ma trovare qualcosa in funzione della vostra età. Il centro vi va bene ancora quest’anno, ma già dal prossimo anno, voi non lo frequenterete più e finirete nel “gregge” dei giovani che si ritrovano in piazza, sulle panchine o negli angoli più remoti del paese. C’è poi un altro problema ancora, noi creiamo la struttura, ok, chi la gestisce? Che sicurezza diamo ai ragazzi che la frequentano? E’ facile dire “faccio un progetto”, però è difficile la gestione affinché la struttura dia sicurezza ai genitori e a noi amministratori. Inoltre c’è un particolare non di poco conto: la paura che al suo interno si creino situazioni particolarmente pericolose, è necessario un controllo e se i ragazzi si sentono controllati non frequentano la struttura. Le nostre preoccupazioni sono legate alla sicurezza di chi andrà a frequentare questo luogo. Insomma non è facile dare una risposta a questa vostra legittima domanda.

E il teatro?
Ecco vedete, quello sì che potrebbe diventare un luogo interessante non solo di aggregazione ma soprattutto culturale. Io ho partecipato agli spettacoli organizzati dalla Forgia presso l’aula magna del vostro istituto e ho potuto notare che a Muravera il teatro piace. Come sapete la struttura del teatro è polivalente, può essere utilizzata anche come cinema. Speriamo che i lavori a breve riprendano e abbiano termine entro l’anno. Sono fiducioso che questo teatro multifunzionale possa diventare anche un centro di aggregazione non solo sociale ma anche culturale, che spinga i giovani ad interessarsi ad attività diverse.

Ogni tanto, per fortuna non spesso, in paese si verificano episodi di vandalismo, vedi quanto è accaduto durante le vacanze di Natale, gli episodi verificatisi in piazza Chiesa o nel parchetto di fronte al cimitero. Qual è la sua posizione di fronte a tutto ciò? Come pensate di far si che tali episodi non si verifichino più in futuro?
Ci sono persone che nel fare violenza sulla cosa pubblica trovano una certa soddisfazione. Appena saputo dei fatti siamo intervenuti subito con le forze dell’ordine e la polizia municipale. Stiamo predisponendo un sistema di videosorveglianza per tutelare la tranquillità dei cittadini. C’è però il rovescio della medaglia, l’eccesso di sorveglianza e di controlli può ledere il diritto alla privacy.
E poi, ok alla videosorveglianza, ma è necessario impegnarsi nella prevenzione, nella sensibilizzazione dei ragazzi in particolare e trasmettere loro il rispetto della cosa pubblica. Ciò che viene distrutto, rotto non è né del sindaco né dell’amministrazione comunale, è della popolazione, vostra quindi. Il rispetto degli latri e della cosa pubblica è alla base di una società democratica che non può essere definita tale se i cittadini non si sentono sicuri.

 

 

Certo che pensare che all’ospedale di Muravera nascevano tanti bambini che venivano seguiti e curati amorevolmente da un’equipe preparata e professionale fa venire tristezza, tanta tristezza. Speriamo che si trovi una soluzione a breve affinchè il san Marcellino resti una realtà del territorio operativa.
Il Sarrabus ha bisogno dell’ospedale

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