Published on Dicembre 1st, 2015 | by Scuola Media - Terza C

“A scuola in ginocchio sui ceci. I giovani di oggi? Amo il chiasso che fanno”

Percorrendo la via Roma si incontrano diverse persone, alcune cha passeggiano, altre, sicuramente quelle più amziane, che trascorrono un po’ di tempo sedute nella panchine dislocate lungo i marciapiedi, a fare due chiacchiere tra amici. Sono persone abitudinarie: c’è il gruppo che si siede vicino al centro di lettura, un altro vicino al semaforo all’angolo tra la via Roma e via Sant’Antonio, un altro ancora, quello più numeroso, che si riunisce nella piazza Europa. Tu passi e loro ti salutano cordiali e sorridenti e se ti fermi a parlarci, sono ben disposti al dialogo, ma anche a una semplice battuta alla quale rispondono con prontezza e ironia.

Sono gli anziani del paese, i nostri pensionati che si danno, tacitamente, appuntamento quotidiano nello stesso posto alla stessa ora. Mi capita molto spesso di passare davanti a loro e salutarli, ma anche fermarmi a parlare.

Mi ha incuriosito il fatto che, dopo che per alcune volte li ho salutati, un giorno mi hanno fermata, all’angolo tra via Roma e via Sant’Antonio, e mi hanno chiesto chi fossi. Ma mi ha intrigato ancora di più un’altra cosa, qualche giorno dopo aver conosciuto il mio nome, mi hanno di nuovo fermata e uno di loro mi ha detto: “Mi sono informato dopo che mi ha detto il suo nome e ho scoperto che lei è l’insegnante di mio nipote”. Quindi abbiamo parlato del nipote-alunno e degli altri nipoti suoi e dei suoi amici che stanno sempre con lui.

Da quel giorno, ogni volta che passo davanti al gruppo, mi fermo a scambiare due chiacchiere, mi capita anche di sedermi per qualche minuto,mi fanno venire il buonumore, sono delle persone che hanno tanto da dire, da insegnarci, sono la memoria storica del paese e per questo ho deciso di “approfittare” di loro, di rubargli informazioni che possano essere utili non solo a me ma anche e soprattutto ai miei alunni che, persi nel mondo telematico e tecnologico, stanno perdendo il contatto non solo col mondo contemporaneo, ma anche con quello che li ha preceduti. Ho pensato di far eseguire ai ragazzi una serie di interviste ai loro nonni o bisnonni, ai loro zii anziani, ai vicini di casa, a persone che li aiutino a ricostruire la storia del paese, della loro famiglia, insomma la storia della loro vita.

Vorrei che i ragazzi si appassionassero e chiedessero curiosità, aneddoti e comparassero la vita che stanno vivendo con quella che si viveva in passato. Sarebbe costruttivo anche per far apprezzare loro quei valori ai quali la società attuale, troppo frenetica e tecnicizzata, non sta dando più rilevanza. Allora provare a collegare due mondi lontani e diversi, quello degli adolescenti e quello degli anziani, farli interagire, mi auspico, possa aiutare noi scuola e noi famiglia a costruire un futuro diverso, dove i ragazzi siano più rispettosi di sé stessi e degli altri.

La parola ai ragazzi.

Dopo aver intervistato signor Antonino Murtas, abbiamo fatto visita a una simpatica signora di Muravera, Anna Maria Cara, più conosciuta come Maria, di 87 anni. Giovedì scorso ci ha accolto tutti e 21 nella sua casa che si trova in via Roma, dove ci ha raccontato della sua vita e ci ha raccomandato di vivere bene la nostra, sottolineando più volte che noi siamo ragazzi fortunati rispetto a lei.

“Amo i giovani, purché siano rispettosi. E anche il chiasso che fanno: quel chiasso mi aiuta a vivere, non mi dà per niente fastidio”.

Come si viveva quando lei aveva la nostra età?
Quando io avevo la vostra età eravamo tra le due guerre, c’era fame, tanta fame. Io abitavo in campagna a “Pisanedda”. Nel villaggio di San Priamo c’era la scuola e io ci sono andata solo per poco. A quei tempi io ero una “piccola italiana”, facevo parte “dell’operazione Balilla” voluta da Mussolini. Ci coprivano la faccia con del carbone bruciato, ci mettevano addosso un lenzuolo bianco e poi ci facevano recitare. In quel periodo si viveva malissimo, la fame è una brutta cosa. Ricordo che a Capo Ferrato c’erano i militari che si esercitavano e, quando dovevano sparare, ci chiamavano per dirci di allontanarci. Noi allora andavamo verso “Senni” e stavamo lì finché non smettevano di esercitarsi. Per mangiare avevamo il pranzo al seguito, pascolavamo le pecore e mangiavamo: formaggio, ricotta e latte.

A che età è andata a scuola?
Sono andata poco a scuola perché c’era bisogno di aiuto in casa. Ho frequentato sino alla Terza elementare e dopo mia madre mi ha detto che dovevo lavorare e non potevo più andare a scuola. La quarta e la Quinta le ho prese dopo tanti anni, avevo già la mia terza figlia, quindi dopo il 1964.

Quindi non avevate l’obbligo come noi, di frequentare la scuola?
Anche se c’era l’obbligo, era più importante andare a lavorare che andare a scuola. Voi siete beati e fortunati che potete andare a scuola e non a lavorare.

I maestri erano severi?
Sì, molto! Io avevo un’insegnante molto severa, si chiamava Mariuccia Congiu.

Lei o i suoi compagni siete mai stati puniti?
Sì, spesso; con i ceci sotto le ginocchia. Ci dicevano:”inginocchiati sopra i ceci” e noi ubbidivamo, ma faceva male. Poi facevano portare le bacchette dai ragazzi e i primi sui quali venivano usate erano proprio loro.

Come ci si fidanzava a quei tempi?
In quei tempi ci si fidanzava tardi. Non è come oggi che i giovani si fidanzano subito, per noi era diverso.

Se potesse tornare indietro, cosa cambierebbe?
Vorrei avere vissuto una vita migliore, cambierei tutto. Però anche oggi non stiamo vivendo bene, soprattutto in questi ultimi anni, ho l’impressione che vogliono toglierci la libertà.

I suoi genitori erano severi?
Abbastanza, ci facevano lavorare da piccoli. A sette anni io pascolavo gli agnelli.

C’era più rispetto verso gli adulti, in particolare i genitori, allora?
Sì, sì, bastava uno sguardo del genitore e rimanevi fulminato.

Oggi, noi ragazzi e ragazze, giriamo per strada abbracciati, prima era possibile farlo?
No, assolutamente.

Quanti figli avevano in media le famiglie?
Dipendeva, c’erano famiglie con molti figli e famiglie con pochi. Nella mia, ad esempio, eravamo tre figli maschi e una femmina.

Cosa ne pensa della tecnologia?
Mi piace la tecnologia. Da una decina di anni ho un telefono cellulare che uso, mentre il primo telefono, quello fisso, l’ho avuto in casa dopo il 1964.

Prima che due ragazzi si fidanzassero, che rapporti c’erano tra loro?
Non era facile potersi vedere, se una ragazza parlava con ragazzo e la vedevano, per lei erano guai. Quando una si innamorava doveva dirlo ai genitori che la facevano fidanzare.

Quando era ragazza, i suoi genitori la controllavano come controllavano i suoi fratelli?
Io avevo ben tre fratelli equindi, oltre ai miei genitori, mi controllavano anche loro tre. Ero super controllata.

Quanti anni aveva quando si è fidanzata?
Mi sono fidanzata nel 1956 e dopo sette mesi, avevo 28 anni, mi sono sposata. Ora sono vedova da tanti anni, mio marito è morto giovane.

I suoi fratelli uscivano più di lei?
Uscire? Noi abitavamo in campagna e non uscivamo. Un mio fratello era stato chiamato nei “giovani avanguardisti” e ogni giorno da Pisanedda, dove abitavamo, andava a san Priamo e poi a Muravera dove doveva esercitarsi, facevano esercizi di educazione fisica. Finito l’allenamento, poichè non c’erano macchine, tornava a casa a piedi.

Come vi divertivate?
In maniera semplice, giocavamo con le pietre a “tre nove”, un gioco dove dovevi fare dei segni per terra e poi con i piedi, dovevi spostare la pietra. Inoltre i miei fratelli, che mi trattavano come un maschio, mi preparavano “su carrucceddu”, una specie di carriola che aveva le ruote fatte con i fichi d’india. Non ci salivo sopra naturalmente, ma lo trascinavo.

Cosa pensa di noi giovani?
Mi piacciono i giovani, io sto con la gioventù, purché si tratti di ragazzi rispettosi. A me la libertà che hanno i giovani piace, mi piace il divertimento. Io abito in una zona del paese trafficata, la via Roma, e non mi lamento per il chiasso che sento per strada, anzi questo chiasso mi fa bene, mi aiuta a vivere meglio.

Ha cresciuto i suoi figli come è stata cresciuta lei?
No, assolutamente, ho cercato sempre di non fargli mancare niente. Non volevo che loro vivessero come ho vissuto io, non lo ritengo giusto. Io ho sofferto e non volevo che anche loro soffrissero, dobbiamo cercare sempre di migliorarci.

C’erano negozi a Muravera quando lei era piccola?
No, c’erano solo botteghe dove si vendeva di tutto, dal pane al DDT , tutto nello stesso negozio. C’erano le macellerie, una che apriva due volte a settimana, non c’erano i frigoriferi per conservare la carne, veniva macellata e venduta. Ricordo che sotto il banco c’era un cane, al quale il macellaio dava i ritagli di carne che non servivano.

Che malattie gravi ha avuto da bambina?
La malaria, era una malattia diffusa, l’aveva avuta anche mio fratello. Ci curavano con il chinino e non a casa ma a scuola. Sì, la maestra ogni mattina, ci dava la pastiglia, che era cattiva e amarissima; ricordo che mio fratello non la voleva prendere e allora, dopo che gliela davano, lui faceva finta di prenderla e invece la buttava.

Lei abitava in campagna a Pisanedda vicino a San Priamo, com’era il villaggio allora?
Era molto bello, c’erano le piante, mi piaceva, c’era movimento. Ora quando ci vado mi accorgo che non è più vivo come allora. Peccato forse è colpa della nuova 125.

Quando è andata a Cagliari la prima volta?
A Cagliari? Vorrete dire a Muravera! Pensate ragazzi che io la prima volta che sono andata a Muravera avevo sette o otto anni. In quel tempo mio padre portava, col carro a buoi, i pomodori in paese perché in piazza Europa c’era una conserviera. Lo ricordo ancora come fosse successo ieri: quando siamo arrivati all’ingresso del paese era già buio e io sono rimasta meravigliata dalle luci accese che illuminavano le strade. Mio padre veniva spesso in paese e da quel giorno mi portò sempre con lui.

Ha lavorato dopo sposata?
Mio marito non era di Muravera e, dopo il matrimonio, mi sono trasferita a San Sperate. Dopo qualche anno ho iniziato a lavorare, ho fatto la cuoca nel carcere minorile per quattro anni; era un lavoro che mi piaceva. Quei ragazzi erano in prigione, ma erano bravi ragazzi, educati e sfortunati; erano circa cinquanta, alcuni di loro mi aiutavano anche in cucina. Era una grande famiglia.

Cosa ricorda del periodo del dopoguerra?
In quegli anni ci siamo dati molto più da fare, abbiamo iniziato a seminare e produrre di più. In tempo di guerra non eravamo neanche padroni di quello che producevamo, ad esempio il grano , dopo averlo raccolto, lo portavamo a macinare, ma dovevi usare la tessera, e questa ti impediva di macinarne più di un quantitativo stabilito dal governo, tutto quello che portavi in più te lo sequestravano e se lo portavano via, nonostante ci fosse fame e bisogno di grano. Era troppo triste!

Come si trascorrevano le festività, i compleanni?
Compleanni? Quelli non esistevano, i genitori non si ricordavano neanche che i figli compivano gli anni. Le feste poi, si faceva qualche gioco: ricordo quello con le mandorle, si chiamava “punta e culu”.

Cosa ricorda in particolare del periodo della Seconda guerra mondiale? E’ arrivata la guerra a Muravera?
Sì, indirettamente. Noi non abbiamo vissuto i bombardamenti ma qui c’erano gli sfollati che arrivavano da Cagliari e dai paesi vicini. Erano persone alle quali i bombardamenti avevano distrutto la casa, lasciandole senza niente. Con loro in paese, la fame aumentava perché c’era poco da mangiare e dovevamo dividerlo con più persone. Ricordo che, per paura delle bombe, di notte non potevamo accendere le luci, si doveva stare al buio. Tutto era brutto e doloroso, non voglio neanche pensarci perché mi fa male.

Quali erano i mezzi di trasporto coi quali ci si muoveva?
I carri a buoi, servivano per trasportare le persone e le merci. Una volta mi ammalai di pleure e mi portarono d’urgenza a Muravera dal medico col carro di Efiso Fanni. Era inverno e c’era freddo, ma era l’unico mezzo col quale arrivare in paese. Erano tempi molto brutti e tutti noi li vivevamo con rassegnazione, anche perché non conoscevamo un modo di vivere diverso. Ora pensare di tornare indietro non è possibile, è difficile vivere male se stai vivendo una vita agiata. Ragazzi, voi fate da bravi, crescete bene perché stiamo attraversando un periodo particolare.

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