Published on 24 Gennaio, 2016 | by Scuola Media - Terza C

Gamba amputata nel 1973: “Non sopravviverà”. Ma Augusto è ancora qui

Prosegue il lavoro dei ragazzi della classe Terza C della scuola media di Muravera, che continuano a collaborare con gli anziani del paese per ricostruire un po’ della storia di Muravera, la storia dei cittadini comuni che hanno tanto da raccontare soprattutto a dei ragazzi che vivono un’adolescenza serena e spensierata, molto diversa da quella che hanno vissuto loro.

Persone che raccontano le loro storie personali, ma anche la vita del paese, segnata da esperienze che vogliono far conoscere ai giovani per trasmettere loro dei valori dai quali le nuove generazioni si stanno allontanando.

Oggi raccontiamo l’esperienza di signor Augusto Meloni, 85enne con tanta forza di vivere.

Signor Meloni vive a Muravera, ma ha trascorso molti anni fuori dall’Italia, in Germania prima e in Olanda dopo, da emigrato. Infatti partì come tanti sardi in cerca di lavoro. Durante questi anni ha vissuto una brutta esperienza che ha segnato la sua vita: a causa di un incidente sul lavoro avvenuto nel 1973 ha, in seguito, perso una gamba. Lavorava in Olanda in un’officina.

Prima di essere intervistato ha voluto raccontarci la sua esperienza terribile, durante la quale ha sofferto tantissimo: “Quando ero ricoverato in un ospedale olandese la mia gamba era in cancrena e io urlavo e piangevo a causa del dolore. Non mi davano nessun antidolorifico, il dolore era fortissimo tanto che ho anche tentato il suicidio; allora, poiché disturbavo gli altri, mi legavano e di notte mi facevano dormire nel sotterraneo dove tenevano i morti”.

Quando finalmente è riuscito a farsi trasferire in Germania, dove viveva la moglie con il resto della famiglia, gli hanno amputato la gamba, ma gli hanno dato l’1 % di possibilità di sopravvivere. “Non avevo speranza di vivere e mi hanno fatto fare la cavia, ma questo mi ha salvato”.

E’ sopravvissuto e finalmente, nel 1975, è arrivato in Italia, a Muravera. I dolori però erano troppo forti, “Sì, la gamba non ce l’avevo più, ma il moncone mi faceva tanto male”. Si è recato a Cagliari all’ospedale Marino dove non volevano ricoverarlo perché non c’erano posti. Lui allora, per disperazione, ha tentato il suicidio cercando di impiccarsi ad uno degli alberi che si trovano nel giardino dell’ospedale ed è stato soccorso dagli infermieri che lo hanno visto dalle finestre. Solo dopo questo gesto estremo è stato ricoverato e, come per incanto, i posti liberi nella sua camera erano ben cinque.

Solo molto tempo, segnato da peripezie che hanno dell’incredibile, hanno finalmente capito quali erano le cause di tanto dolore ed è stato operato per l’ennesima volta. Ora ha una protesi, ma i dolori lo tengono sveglio ogni notte . “Ogni notte, per almeno due ore, piango a causa del dolore che continua ad accompagnarmi. Io ho 85 anni, ma nonostante tutto, ho una gran forza di vivere. Voglio dire a questi ragazzi che bisogna credere nei miracoli, io sono un miracolato, dopo l’incidente, ma soprattutto dopo che mi hanno amputato la gamba, nessun medico credeva che sarei sopravvissuto, invece sono qui a raccontarvelo”.

Dopo aver parlato di questa tragica esperienza vuole però raccontarci qualcosa di Muravera.

Come si chiama?
Augusto Meloni, sono nato il 24 dicembre 1930, sono nato qui a Muravera però la casa non so dove ce l’avevo, non mi ricordo.

Lei ricorda quando hanno aperto l’ospedale?
Sì, sai cosa c’era lì? Il raduno delle pecore e delle capre. Prima quando ero ragazzino l’ospedale non esisteva.

Lei ha fatto il servizio militare?
No, non l’ho fatto perché mi hanno detto che avevo i piedi piatti. Ho fatto la domanda, mi hanno chiamato, sono andati a Cagliari e alla mensa abbiamo mangiato però “anti nau” che non potevo fare il militare e allora sono rientrato a casa.

C’erano dei bar in paese?
Sì, qualcuno. Uno era il “Corallo”.

Qui in piazza Europa ci hanno raccontato che c’era una piccola industria conserviera, dov’era esattamente?
Qui in piazza c’era lo stabilimento di conserva dei pomodori dei fratelli Granata negli anni 60.

Che negozi c’erano?
Qui c’erano un po’ di botteghe piccoline, vendevano pane ed erano delle stanzette di 3 o 4 metri quadrati , erano tutte dei fratelli Granata.

Cosa ci può raccontare del periodo del fascio?
Io mi ricordo quando passavano gli aerei, si vedevano piccolini e lucenti. Ho visto anche Mussolini passare qua era in camionetta. In quel periodo ci facevano vestire tutti da balilla. Mi ricordo che a Mussolini avevano dato un mazzo di fiori, ma li ha buttati subito via perché aveva paura. A Roma, anni prima, gli avevano lanciato una bomba sulla macchina.

Lei ricorda com’erano le vie del paese? Ricorda anche quando sono state asfaltate?
Sì, qui non c’era niente e le strade non c’erano. Sono state asfaltate nel 50-51 , la 125 era strada bianca sino a Cagliari. Le strade era fatte di ciottoli che prendevano dal Flumendosa.

Dove iniziava e dove finiva il paese?
Dal negozio di Sestu, il consorzio, sino al cimitero, prima c’erano circa 4000 abitanti.

C’era il campo sportivo?
No, lì pascolavano le pecore.

Il canale delle acque alte c’è sempre stato in paese?
Certo, sai cosa mi ricordo io di quando ero ragazzo? Sono andato da solo a bagnarmi, mi sono tolto la roba lì nelle canne. Poi quando sono riandato a prenderla, niente… Sono rimasto fino “americeddu in mesu de sa canna”. Mi avevano rubato tutto, non perché era nuova, ma perché un ragazzo mi aveva fatto uno scherzo, allora ho dovuto aspettare in su bar de Mariu Agus.

Oggi le persone trascorrono i pomeriggi e le giornate di festa in piazza Europa, tanti anni fa invece dove ci si incontrava?
Si andava al ponte de Ferru, lì dove c’è la farmacia, c’era un ponte e passava l’acqua sotto: era il punto di ritrovo allora.

Che ricorda ha della festa di Santa Lucia?
Io ci andavo da piccolino, facevano il fuoco, passavano con un carro e raccoglievano “ua cozzina manna”. Non ricordo altro perché io lavoravo a Castiadas e a 24 anni sono andato in Germania per 15 anni.

La sagra degli agrumi si festeggiava come oggi?
No, quando io ero piccolo non si festeggiava perché non c’erano agrumi, se non alcune qualità come s’arangiu sardu.

Ci racconta la sua esperienza a scuola?
Dio ce ne scampi! Io mi mettevo sempre all’ultimo banco, i banchi iniziavano piccoli piccoli e poi grandi. Quando arrivavano gli ispettori da Cagliari, prendevano un ragazzo bravo che doveva spiegare qualcosa per far vedere che eravamo tutti bravi. Io non sapevo niente, ero l’ultimo della classe e anche per questo mi sedevo all’ultimo banco.

Andavate al mare durante l’estate?
Si andava in bicicletta; io andavo a piedi però perché, per me, avere una bicicletta era una cosa grande. Da ragazzo io a Torre Salinas “fia a canta de morri”.

Lei è sposato? Ci racconta come ha conquistato sua moglie?
Sì eh… Sapete come l’ho conquistata? Io quando facevo il trattorista a Castiadas avevo tre o quattro operai per raccogliere le pietre e uno era di Villaputzu, questo aveva una ragazza sua parente che mi ha scritto un po’ di righe.

Ma lei l’ha vista passare questa ragazza?
No non l’ho vista per niente, non ci conoscevamo; lo zio di questa ragazza era bravo e a forza di ripeterglielo lei mi ha preso come marito.

Come si festeggiava Sant’Agostino?
In piazza di chiesa, c’erano i “cantadorisi”, per organizzare la festa facevano la questua in tutto il paese.

Andavate a ballare? Dove?
Sì, io non potevo ballare, ma mi piaceva “su ballu italiano”. Però se non avevi una fidanzata o una sorella non potevi ballare, ballavano solo i fidanzati. Andavamo anche al cinema: in praza de cresia, mettevano un lenzuolo e biesti is filmisi.

Noi oggi, quando rompiamo le scarpe, anche se poco danneggiate, siamo costretti a buttarle perché non ci sono calzolai, voi come facevate?
Noi? “Scruzu” e senza scarpe. I calzolai c’erano, però non c’erano le scarpe. Se io mettevo i piedi sopra una spina nemmeno entrava talmente era dura la pelle.

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