sabegia-1 Pigai a ogu: le cure tradizionali - SARDEGNA


Cultura

Published on 6 Luglio, 2013 | by Claudia Zedda

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Pigai a ogu: le cure tradizionali

sabegia-1Chi non è sardo, chi di cure magico tradizionali ne sa davvero poco potrebbe domandarsi per quale strano motivo la medicina dell’occhio (in dialetto mexina de s’ogu liau con infinità di varianti) si chiami proprio così. C’è chi, sentendone parlare per la prima volta, potrebbe pensare che questa medicina curi qualche malattia agli occhi, ma le cose non stanno esattamente così per quanto, badate bene, gli occhi qui centrano più di quanto ci si immagini.

E’ credenza comune in Sardegna (e a rigor del vero pure altrove nel Mediterraneo), che individui particolarmente dotati siano in grado, con la sola imposizione dello sguardo, di causare sventura ai “deboli di sangue”. La tradizione vuole che questi deboli di sangue siano principalmente le donne e i bambini già che gli uomini sono protetti da un amuleto naturale che portano con sé dalla nascita: sì stiamo pensando la stessa cosa, parliamo esattamente degli organi riproduttivi. Sarà per questo che il tocco scaramantico è uso ancora oggi piuttosto in auge: quando si dice il fine che giustifica i mezzi.

La cosa davvero interessante è che l’individuo particolarmente dotato di cui abbiamo parlato in precedenza, in grado di causare sventura con il solo sguardo, è il più delle volte uno jettatore passivo: è l’invidia il motore di tutto, ma non necessariamente si tratta di un’invidia consapevole.

Mi ha seccato la pianta di limoni con un solo sguardo”, ma anche “ogni volta che viene a trovarmi tizia il pane non lievita”, e ancora “mi ha fatto ammalare il bambino con s’ogu malu” sono frasi piuttosto comuni, a grande sorpresa ancora oggi, perché diciamocelo, siamo tutti un po’ sensibili a questo genere di credenza, specie quando le cose non girano bene e a livello razionale non sappiamo darci una spiegazione.

Le soluzioni a s’ogu liau sono principalmente due. Se non si è uomo e non si è scortati dai propri amuleti naturali, è possibile secondo la tradizione isolana:

  • dotarsi di qualche amuleto;
  • farsi “togliere l’occhio” con “sa mexina”.

Certo, c’è sempre la terza opzione: evitare lo jettatore, ma non sempre questo è possibile o socialmente corretto. Ad avercelo in casa un cugino, uno zio, un nipote, un amico con questa particolare tendenza evitare gli incontri sarebbe decisamente difficile.

Di amuleti ce ne sono diversi: oggi il più noto è un particolare gioiello che molte donne sfoggiano al petto senza conoscerne il valore tradizionale. Parlo di quel ciondolo che viene riduttivamente venduto come “anti sfortuna”, ma che la tradizione ha chiamato “kokku/o” o “sabegia”. La pietra nera, incastonata in argento lavorato in filigrana, è tonda e lucida quasi si trattasse appunto di un occhio e pare che sia un vero e proprio salvavita: qualora si venga presi ad occhio, la jettatura non attaccherà e scaricherà sulla pietra,  che si spaccherà immediatamente. Venti euro (più o meno è questo il prezzo per un oggetto di media qualità) ben spese, non c’è che dire.

Ha una certa capacità protettiva (per lo meno nella zona meridionale dell’Isola) anche il classico fiocchetto verde che poi nelle gioiellerie di oggi si è trasformato in quel braccialetto impreziosito d’argento, mentre nella zona settentrionale della Sardegna, più potente contro la sventura è il colore giallo.

Dettagli: il concetto di base è che secondo la tradizione, con le giuste precauzioni, s’ogu malu può essere affrontato.

Se anche gli amuleti hanno fallito, o se di amuleti proprio non ne possiedi, la soluzione riparativa è quella della medicina dell’occhio, che appunto è utilizzata per togliere di dosso l’occhio cattivo, e della quale parleremo fra qualche giorno. Ti basti sapere per ora che la praticano piccole donnine sarde insospettabili, dotate di una generosità che lascia a bocca aperta; oggi non è però raro incontrare giovani donne che mettono questo antico sapere a disposizione di tutti. Sì c’è anche qualche uomo che pratica questo genere di cura magico tradizionale, ma statisticamente si tratta di eccezioni alla regola.

Photo Credit: Claudia Zedda

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