Cardedu

Published on 15 Giugno, 2013 | by Nino Melis

0

In ricordo di Maria Lai, a due mesi dalla morte

“L’uomo si lascia alle spalle la sua infanzia, la fanciullezza, la maturità, la vita e le opere. Ma questo non è morire, è vivere”. Risuonano profetiche, sulle note dell’organo che inondano la chiesetta di Sant’Antioco Martire, le parole tanto care a Maria Lai, l’artista di Ulassai che parlava con il mondo. Sabato si è tenuta la cerimonia di tumulazione delle ceneri di Maria nel piccolo cimitero abbarbicato sotto i tacchi che incombono sulla vallata del Pardu. Ora Lola riposa nella stessa tomba che accoglie la sorella Cornelia, deceduta in tenera età. Sulla tomba spicca il busto realizzato a suo tempo dallo scultore Francesco Ciusa . Il celebre artista nuorese aveva scelto come modella la piccola Maria, che alla sorella defunta somigliava tanto. Una scelta premonitrice, guidata dall’Arte che ama tessere la sua vita eterna con trame misteriose.

Chi ha avuto modo di conoscere Maria Lai è destinato a conservarne un ricordo indelebile . Trentacinque anni fa avevo intervistato per la prima volta l’artista di Ulassai, già affermata negli ambienti internazionali. Era appena uscita da un incontro, durato l’intera mattinata, con i bambini di una scuola elementare . Avevo così pensato di aprire l’intervista chiedendo a Maria quali commenti avessero espresso i ragazzi a contatto con una ”maestra” tanto famosa. La risposta era stata inattesa quanto sconcertante: “Sono io che sono andata ad imparare da loro”. Ancora oggi continuo a riflettere sul valore immenso di quella risposta .

Maria amava parlar chiaro e non covava antipatie. Tanto che quell’esordio infelice non aveva impedito che le nostre frequentazioni si trasformassero con gli anni in un’ amicizia sincera.

Nella casa padronale di Cardedu che condivideva con la sorella Giuliana ed i nipoti, Maria si era riservata un ampio studio nell’attico inondato di luce. Lola non rinunciava comunque alle sue incursioni nella estesa quanto misteriosa cantina padronale, realizzata dallo zio materno, il cavalier Battistino Corona. E’ caratterizzata dalla presenza di macchine antiche e da grandi vasche di cemento, corredate di portelloni in acciaio inossidabile marchiati Zurigo 1915. L’artista aveva fatto tagliare la parete di una di queste vasche, il tanto sufficiente per consentire l’accesso alla sua minuta persona  “Questo – mi aveva sussurrato con il suo sorriso complice – è il mio ”scusorgiu”. Qui nascondo le ceramiche e le opere che ritengo non mi siano venute troppo bene”. Lancio un appello a Maria Sofia, la nipote che le è stata sempre più vicina : riporti alla luce quel tesoro. Anche se, forse, non sarebbe il caso di spezzare l’incantesimo.

Per Marola l’esistenza era una favola e come tale andava vissuta. Con naturalezza, senza infingimenti o remore. Invitata a parlare della sua esperienza artistica in occasione di una delle prime manifestazioni tenute nella Stazione dell’Arte a lei dedicata, Maria Lai aveva risposto a modo suo “Vi racconto la favola di CuriosApe”. Sul volto delle gente che affollava la struttura tensioattiva era comparso un moto di stupore . Ancor più stupito è rimasto il sottoscritto quando Maria ha rivolto un invito, in tono soave ma categorico: “Tu,Nino, leggerai la favola di Curiosape. Sei quello che ha la voce più simile alla mia , che è roca e a prevalenza di toni bassi”. Mi sono ritrovato di fronte al microfono, con in mano il testo della favola. Avevo esordito, giusto per farmi coraggio, con una battuta: “Mi mancava solo di leggere le favole. Ne faccio tesoro per quando diventerò nonno”. Mentre mi apprestavo a cominciare avevo avuto modo di scorgere, con la coda dell’occhio, uno strano armeggiare da parte di Maria. Aveva chiesto in prestito il rossetto ad una signora che stava in sala e con questo si era truccato il viso da Curiosape . Ora la favola poteva contare anche sull’autore in veste di mimo. Io avevo già provveduto ad assicurare la voce narrante.

L’ape non era il solo essere vivente a popolare le fiabe di Maria. La capretta è ricorrente in moltissime sue opere . Da ultimo, anche nei manifesti che annunciano la morte dell’artista. A chi le chiedeva cosa simboleggiasse, Lola era solita rispondere in modo dolce ma disarmante “La capretta non rappresenta nulla perché è Maria – sono io . Mio padre diceva sempre che ero una bambina spericolata: come le capre che non hanno paura di stare sulle rupi più scoscese o sul ciglio del burrone”.

Dopo l’ape, la libellula. E’ stata citata da Maria, non senza una punta polemica, in risposta alle critiche mosse dagli ambientalisti più integralisti riguardo all’ istallazione di trenta pale eoliche sull’altipiano tra Ulassai e Persadefogu “Ma quale impatto ambientale – aveva commentato- a me sembrano piuttosto delle grandi libellule con le ali dispiegate al vento” . Al vento che anima le pale generando energia pulita Maria Lai aveva dedicato una scultura, realizzata in acciaio inossidabile, ora posizionata all’ingresso della centrale di Sardeolica, in località Serrigedas .

Il vento che da millenni anima i tacchi d’Ogliastra porta anche il nome di Maria . E’ un vento sottile, talvolta forte e deciso, capace di scuotere la pigrizia delle coscienze. Alimenta i nostri sogni e le nostre speranze, ora affidate ad un gruppo di giovani che custodiscono gelosamente nella Stazione dell’Arte l’ultimo messaggio di Lola “L’Opera d’arte occupa un piccolo spazio ma, come l’atomo, può sconvolgere uno spazio immenso” .

 

Commenti

Commenti


About the Author



Comments are closed.

Back to Top ↑